Congresso PD 09
Discorso candidatura
Discorso candidatura
Insieme con passione, competenza e coraggio
Genova, Galata - Museo del Mare - 23 luglio 2009
Oggi partiamo per un viaggio che ha davanti a se una grande salita. Una salita che dobbiamo affrontare insieme, convinti che solo con tenacia e fatica, competenza e coraggio si possa arrivare sulla cima, per cogliere con lo sguardo l'immenso panorama di opportunità che abbiamo di fronte. L'opportunità di costruire un Paese e una regione migliori, che siano l'orgoglio dei cittadini che la abitano. Un paese che sappia di nuovo darsi la prospettiva, la fiducia e la speranza nel domani. Torniamo alle pagine belle della nostra storia per disegnare un futuro migliore. Facciamolo insieme, nel posto che abbiamo costruito con passione ed entusiasmo. Facciamolo insieme nel Partito Democratico.
Facciamolo ognuno con la propria testa e la propria indipendenza. Aderiamo da democratici maturi ad un progetto di cambiamento. Il mio è un invito a quanti hanno passione, competenza e coraggio: fatevi avanti. Quello congressuale sarà il primo momento vero di confronto da quando abbiamo fondato il PD. Affacciamoci al congresso con spirito laico: ognuno di noi vi porti le proprie idee, con l'ambizione di convincere altri che sono buone, ma soprattutto con la disponibilità all'ascolto e a cambiare le proprie posizioni e il proprio candidato. Andiamo al congresso senza verità in tasca, altrimenti sarà una guerra di fazioni, che distruggerà invece di costruire. Per questo motivo è fondamentale affermare che chi accetta di partecipare al congresso si assume da subito l'impegno a seguire e sostenere il PD, a credere nel PD, qualunque sia l'esito del cammino che abbiamo davanti.
Oggi io scelgo di candidarmi, nella convinzione che sia il momento di rischiare, il momento di fare la propria parte e giocare la partita del rinnovamento. Ma - lo dico con chiarezza - non si pensi che questa sia soltanto una questione interna. Il congresso del PD segna il momento di marcare l'identità forte di questo Partito, di rifondarlo su basi solide e concrete. Perché un partito forte costituisce lo strumento per costruire una regione e un paese migliori.
Per fare questo c'è bisogno di un rinnovato impegno, di tanto, tantissimo lavoro quotidiano, dell'aiuto delle molte persone che, da anni, si spendono per un domani migliore e delle nuove energie di una generazione che sceglie di prendersi, ora, le sue responsabilità.
Dopotutto, se siamo nati in un paese democratico, progredito, moderno e in pace, lo dobbiamo all'impegno e al sacrificio, pagato anche con la vita, di tanti ragazzi che hanno combattuto per la nostra libertà. Noi non lo dimentichiamo.
Dico noi non a caso, perché vorrei indicare uno stile, che mette da parte l'io e porta avanti una comunità. Questi sono stati sempre i tratti caratteristici del nostro impegno politico: l'essere una comunità che ha a cuore i problemi concreti delle persone e che lavora, in molte forme, per costruire un mondo migliore. Donne e uomini impegnati nel sociale, nel mondo del lavoro, nella politica. Molti percorsi, una base comune: il progetto dell'Ulivo da cui tutto è partito. Quel progetto che ha permesso di incontrarci qui, oggi e di stare ancora insieme domani, quale che sia l'esito del congresso.
E' in nome di quel percorso che mi presento agli iscritti ed agli elettori del PD, forte della mia storia, che si lega a quella di molti altri. Una storia che, posso dirlo con serenità, è segnata dall'indipendenza. Un'indipendenza che mi rende capace di sostenere con convinzione la candidatura di Pierluigi Bersani a segretario nazionale del PD; un uomo la cui credibilità poggia sui risultati concreti conseguiti in anni di impegno politico.
Al tempo stesso oggi mi candido alla segreteria regionale del PD portando avanti una mozione per la nostra regione. Credo infatti che i tempi delle scelte romane siano finiti. Qui in Liguria si gioca una partita diversa e autonoma. Sono cresciuto a Sampierdarena e ora vivo a Cogoleto, ho un'impresa a Savona e ho viaggiato molto nella nostra regione per lavoro, per l'impegno politico e da semplice cittadino. L'esperienza in Consiglio regionale mi ha poi aperto una finestra straordinaria sulla Liguria e sui suoi problemi. Sono perciò convinto che la conoscenza del territorio sia fondamentale per dare al PD della Liguria una sua identità, nella quale i liguri possano rispecchiarsi davvero e che possa essere la marcia in più per la conferma del centrosinistra e di Claudio Burlando alla guida di questa Regione. Tracciamo un progetto nostro, perché il Partito Democratico deve fare della sua natura federale una realtà praticata nei fatti e non sbandierata a parole. Aspetto fiducioso il giudizio di iscritti ed elettori; a loro parlo con le mie idee e da loro vorrei essere valutato per le mie proposte.
Idee e proposte che difendo da anni. Ho portato avanti nel passato battaglie impopolari, con Generazione Ulivo, Beniamino e l'Associazione per il Partito Democratico, sostenendo il progetto dell'Ulivo prima e del PD poi, quando altri erano tentati di buttare all'aria tutto. Ho sostenuto le primarie con forza, quando sembrava che quella stagione fosse conclusa. Con tanti amici ho condotto e vinto una battaglia sullo Statuto Regionale del PD che farà sì che, a novembre, quando rinnoveremo i coordinamenti di circolo, si potranno confrontare persone e non liste bloccate. Mi dispiace vedere che, per il congresso, si vada invece verso questo sistema, che ci toglie il potere di scegliere e che tanto critichiamo per l'elezione del Parlamento.
Sono consapevole che questa non è la stagione migliore per metterci la faccia, la propria faccia. Lo fanno però ogni giorno tante donne e tanti uomini, nell'anonimato, ricevendo incomprensione, derisione e talvolta insulti da quanti hanno smesso di credere nella politica. Perché per molti la politica è ormai solo un rospo da ingoiare. Noi vogliamo rovesciare questo luogo comune e vogliamo dire alle persone che quel rospo bisogna avere il coraggio di baciarlo, perché solo così, come ci insegna Giovanni Colombo, diventerà un principe, perché solo così potremo avere ancora la speranza di un cambiamento.
Una vera scelta di impegno per il futuro non può prescindere da una doverosa autocritica. Il percorso iniziato al Lingotto non ha prodotto i risultati che aspettavamo. Ha mobilitato molte forze, fresche ed entusiaste, ma non ha saputo riversarle sul paese. Abbiamo parlato di noi stessi troppo, troppo male e in troppi perché gli italiani riuscissero a cogliere il progetto che vogliamo realizzare con loro. A volte è anzi sembrato che quel progetto non fosse chiaro nemmeno a noi stessi. Guardiamo invece alla giovane storia del PD per capire dove abbiamo sbagliato e correggere il tiro. Non vi è nulla di peggio, in politica ma non solo, che suscitare aspettative altissime per poi deluderle. Non possiamo più permetterci di essere il Partito dei sogni infranti; al contrario, costruiamo insieme una visione che infranga le barriere dello scetticismo e della sfiducia.
Le ultime elezioni europee ci hanno mostrato un'amara verità. L'Europa scivola verso una destra che illude di dare risposte concrete ai problemi legati alla crisi, all'immigrazione e alla globalizzazione. Gli stessi europei che votano destra si infiammano però per Obama e la sua linea politica, forse quella più di sinistra della storia degli Stati Uniti. Bisogna interrogarsi sui motivi che portano ad uno strabismo di questo tipo per trovare soluzioni nuove a problemi nuovi e il modo di parlare un linguaggio che possa essere ascoltato e compreso da tutti.
Per riaccendere le passioni e le speranze che ha saputo suscitare la nascita del PD serve il Partito, un partito che abbia il coraggio di esserci. Un Partito aperto a quanti ci vogliono stare e accettare le sue regole, aperto alla società e alle sue istanze, che si radica sul territorio per i suoi progetti, ancor prima che per i suoi presidi. Rifondiamo questo partito sul dialogo, sulla sincerità e sull'apertura. Dobbiamo essere animati dalla logica del proporre e del fare, lasciando da parte quella del chiedere, dell'aspettare e del giudicare. Un partito che sia mezzo, mai fine e che dia un significato nuovo alla parola "comunità", a partire dal suo interno.
Rifiutiamo quindi sia l'idea di un PD liquido, sia l'opposta idea di un fortino monolitico e gerarchico, che è lo specchio di una paura, e non, come vorremmo, il faro di una speranza. Vogliamo un partito organizzato, che abbia regole e strutture in grado di offrire ai propri militanti quanto serve affinché l'impegno politico sia vissuto come un laboratorio di creatività. Questa deve essere la dimensione in cui si dovrà muovere il PD della Liguria di domani, dotandosi della forma migliore per farlo.
Se il Partito è lo strumento per cambiare un Paese chiuso, deve essere - voglio ripeterlo con forza - aperto al meglio che questo paese può offrire, deve saper attirare e coinvolgere le persone più capaci e le idee più originali. Lo deve fare con realismo, rinunciando a considerarsi autosufficiente: il PD non deve essere il partito che ha tutte le verità in tasca, le risposte a tutti i problemi e tutti gli uomini a disposizione per risolverli. Il PD, al contrario, deve essere un catalizzatore di talenti, un luogo di sintesi e sinergia delle mille voci che sono la ricchezza della comunità nazionale. Un partito che volge lo sguardo a 360 gradi, per coagulare al meglio le idee della società con la partecipazione che solo un partito organizzato può garantire.
Il Partito Democratico sarà forte e credibile se le nostre tessere non saranno solo un Telepass per contarsi, un certificato elettorale in vista del congresso. O riscopriamo l'orgoglio di mostrarla, di farci vanto di una tessera su cui campeggiano i colori della nostra bandiera, oppure sarà solo un pezzo di plastica, da tenere chiuso nel portafoglio. Il ritiro della tessera segna la conclusione di un cammino di identificazione e l'inizio di un percorso di azione politica. Non la si può prendere solo per votare, per poi stracciarla se il proprio candidato o la propria linea non prevalgono. Questo per la semplice ragione che la tessera deve essere la carta d'identità del partito, quell'identità che fino ad oggi è mancata. Chi sa dire qual'è la voce del PD? Chi oggi può dire con certezza se il PD su alcune questioni centrali la pensa in un modo o in un altro? E' il momento di costruire il partito "su basi culturali, politiche e organizzative forti". Il prossimo congresso sarà la nostra ultima occasione per farlo. Le nostre storie sono differenti, le nostre radici affondano nel profondo della terra, ma, come i bambini quando disegnano gli alberi guardano alle foglie e ai rami, perché sono i rami e le foglie a sfidare il cielo, così noi dobbiamo smettere di fermarci alle radici per imparare a lanciare in alto i nostri rami.
E' in questa voglia di sfidare il futuro che matura la nostra identità. Senza identità non potremo mai essere ciò che vogliono gli italiani, perchè, proprio come una persona ambigua, non sapremo ispirare fiducia e perciò non potremo attrarre consenso. Senza identità non può esserci comunità, perché non si crea senso di appartenenza. Tiriamo quindi fuori il coraggio di dire chi siamo e cosa vogliamo.
E la prima cosa che vogliamo è restituire a tutti il desiderio di essere cittadini. Un nuovo civismo deve animare il PD, perché questo Paese ha bisogno di una scossa fortissima, che faccia cadere le tante incrostazioni di anni di cattiva politica. Dobbiamo cambiare la rotta per tracciare un futuro diverso, in cui un partito popolare sappia ispirare ed infiammare ancora una volta i tanti italiani in difficoltà, offrendo loro un'altra idea di Paese e il desiderio di fare parte di un grande progetto di rinascita.
Ho disegnato i contorni di un partito vicino ai ceti produttivi, popolare e non populista, laico, aperto al meglio della società, promotore di un nuovo civismo. Un'idea di partito al servizio della nostra idea di paese. Un'idea di partito al servizio della nostra idea di paese, che si contrappone frontalmente a quella regressiva ed egoistica della destra, che cancella i diritti di tutti per tutelare i privilegi di pochi. Io ci credo. Credo nell'importanza di questo che è un passaggio politico e non amministrativo, grazie al quale getteremo le basi per dare corpo ad un vero riformismo, che è l'incontro tra i grandi ideali e la concretezza del quotidiano. Da questa sintesi nascono le risposte più efficaci e strutturali ai tanti problemi che affliggono l'Italia di oggi. Voglio affrontarne qui almeno alcuni, mentre gli altri saranno toccati nel percorso che ci porterà alle primarie del 25 ottobre.
I diritti mancanti
Lottiamo per i diritti mancanti, quelli delle fasce deboli, di cui troppo spesso ci siamo dimenticati per inseguire temi elitari e naif, ma lontani dalla vita vera delle persone. Senza diritti non ci può essere comunità.
Dobbiamo perseguire l'estensione dei diritti ovunque essi manchino e pretendere che i cittadini, che debbono poter esigere tali diritti, assolvano al tempo stesso ai propri doveri con onestà e impegno. Non possiamo permetterci di fare catenaccio attorno a chi ha i diritti, mentre dimentichiamo quanti ne sono privi. Troppo spesso il centrosinistra è stato avvertito come l'alfiere del "non cambiamo le cose", come una forza conservatrice, talvolta impegnata nella difesa dei privilegi. Il PD quindi, pur non abbandonando la difesa dei diritti già conquistati, non deve mai dimenticare che primo compito di una forza di centrosinistra è lottare per chi ha meno.
Non possiamo quindi restare indietro nella battaglia per i diritti civili, né nell'affermazione solenne che la laicità dello Stato non è un valore su cui discutere, ma un principio fondamentale della Repubblica, da mettere in pratica. Non confondiamo il piano della politica, che è dare risposte alla coscienza collettiva di una nazione, con quello della Fede, che ognuno coltiva dentro di se e testimonia all'esterno con la propria vita. L'esperienza del mondo cattolico, spesso fatta di abnegazione al servizio dell'altro, di una costante ricerca della Verità e del modo di viverla autenticamente, sono una ricchezza enorme per i democratici. Con quella stessa sete di ricerca e di giustizia dobbiamo saper leggere e interpretare, con le nostre coscienze, le esigenze della società moderna. Una società che vuole parole chiare e non estremiste, né in un senso né nell'altro, sui delicati temi dell'origine e della fine della vita, sui diritti e doveri delle coppie di fatto, omo ed eterosessuali, sull'equilibrio fra libertà religiosa e culturale e difesa di radici e tradizioni profonde, che costituiscono ancora un importante cemento della nostra identità collettiva.
Nel rivendicare la centralità della lotta per i diritti, non dobbiamo però dimenticare che prima preoccupazione degli italiani è vivere. Di fronte ad una situazione dell'economia internazionale senza precedenti non possiamo inseguire un governo che nega la crisi, che invita a spendere e spandere soldi che non ci sono, secondo cui l'Italia sta meglio di altri, quando sono decenni che è messa molto peggio.
Il Partito Democratico ha il dovere di dire al Paese la verità, per quanto dura possa essere. Non è "pessimismo catastrofista", è rispetto per gli italiani. Perché una comunità è solidale quando sa quali sono le difficoltà che si trova ad affrontare.
La crisi non si risolve salvando banche e aziende dai grandi nomi, ma sostenendo lavoratori, commercianti, artigiani e imprenditori, i piccoli cognomi che fanno grande l'Italia. Dobbiamo partecipare alle riflessioni che, a partire dagli Usa e dai Paesi emergenti, si stanno diffondendo in tutto il pianeta. Il sistema ultra-liberistico, in cui la ricchezza di alcuni doveva trascinarsi dietro la ricchezza di tutti, è fallito. Abbiamo compreso a nostre spese i limiti di un mercato senza freni, che si è rivelato strumento di disuguaglianza e impoverimento sociale. Ora è il momento di tornare alle regole, di abbandonare il liberismo senza rinunciare alle liberalizzazioni, perché per uscire da questa crisi, che sarà lunga, si deve imboccare la strada che porta ad un mondo diverso. Bisogna farlo senza timore di urtare i privilegi e le corporazioni e senza farsi tentare da desideri protezionistici e regressivi - come fa una destra fino a ieri ultra-liberista. Non dimentichiamo poi che il rilancio dell'Italia non potrà mai prescindere dal risanamento dei suoi conti disastrati. Dobbiamo seguire la strada già tracciata con successo da Romano Prodi e dal Presidente Ciampi, i cui grandi risultati sono già stati in parte vanificati da una destra per la quale il concetto di "rigore" vale solo nei confronti degli immigrati.
Lavoro
Dobbiamo dare risposte al mondo del lavoro, cui si accede troppo tardi e senza vere prospettive, dove la precarietà e lo sfruttamento non sono più solo la triste realtà di una generazione che viene derubata del futuro, ma drammi sempre più presenti anche nella vita di molte donne e uomini maturi. Lo dicono i dati, secondo i quali in Liguria il lavoro dipendente a termine è aumentato, nel 2007, del 7% contro lo 0,5% del lavoro a tempo indeterminato; con la crisi del 2008 certo la situazione non è migliorata. La nostra regione patisce ogni giorno un esodo incessante verso altre regioni d'Italia e verso l'estero. Ho tanti amici che hanno fatto questa scelta, solo alcuni per convinzione, la maggior parte perché non avevano alternativa. E' necessario contrastare il lavoro precario, rendendo possibile ma più oneroso farvi ricorso e garantendo tutela alla scadenza dei contratti. Occorre quindi sostenere i redditi più bassi e prevedere, come in tutti i paesi europei, forme di reddito minimo di cittadinanza legate a percorsi di rientro nel mondo del lavoro. Questi sono gli ammortizzatori sociali di cui il Paese ha bisogno e che la destra mostra di ignorare. Strumenti rivolti non solo alle categorie tradizionali del lavoro dipendente, ma che si aprano anche al lavoro autonomo, sostenendo quel ceto medio la cui riduzione sta alimentando la tensione sociale, con molte famiglie spinte ai margini della soglia di povertà. Dobbiamo costruire un welfare nuovo e universalistico, che non tuteli solo l'oggi, ma sappia preservarsi per i decenni futuri, perché non possiamo accettare che, a garantire una situazione già oggi insostenibile, sia un'ipoteca sul futuro dei nostri figli. Dobbiamo ripensare la nostra spesa sociale, troppo sbilanciata sulle pensioni. In Liguria questo squilibrio è enorme, con 640.000 pensioni erogate su 1.600.000 abitanti e un rapporto fra persone a carico e persone occupate che supera il 60% (contro il 50 dell'Italia). Basti pensare che, se in Europa vi sono 100 persone con più di 65 anni ogni 100 ragazzi sotto i 15, in Liguria ne abbiamo quasi 250. E' l'indice di vecchiaia più alto del continente, un primato da Guiness di cui però non possiamo andare fieri e che ci deve far riflettere su come investire le nostre risorse per invertire la tendenza.
A chiederci di fare qualcosa per il sistema previdenziale e il mondo del lavoro sono proprio le persone anziane, le donne e gli uomini che soffrono nel vedere come ai propri figli e nipoti sia negato quel futuro di speranza e di crescita che ha fatto bella la loro vita. Perché il problema della nostra società non è l'invecchiamento, non sono gli anziani, che anzi sempre più rappresentano una forza attiva nella comunità, ma l'inesorabile riduzione dei giovani, la loro perdita di peso sociale e politico, il vero male di cui soffre l'Italia. Non dimentichiamoci, soprattutto noi in Liguria, che, se avremo il coraggio di disegnare un nuovo welfare più solidale e un mondo del lavoro aperto ma più sicuro, non dovremo lottare fra generazioni, ma conquisteremo anche quelle che ci precedono, dando loro la serenità della fiducia in un futuro migliore per chi viene dopo.
Famiglia e infanzia
Non vi è poi sfiducia più grande di quella di chi si vede negato il diritto a costruire una famiglia. La vivono ogni giorno tantissime coppie, con un reddito insufficiente e precario, che non possono acquistare una casa perché nessuno accende loro un mutuo senza un immobile a garantirlo. Lo vivono quanti non trovano spazio per i loro figli negli asili nido e non riescono a mettere d'accordo le esigenze professionali con quelle familiari. Guardiamo vicino a noi, alla Francia: un paese dove per ogni donna vi sono quasi due figli, mentre in Italia siamo poco sopra al figlio unico. Il risultato è che, a parità di popolazione, la Francia ha quasi 5 milioni di giovani al di sotto dei 25 anni in più dell'Italia. Seguiamo questo esempio per investire sul nostro futuro. Dobbiamo affrontare il problema attraverso politiche a sostegno della natalità, perché una società povera di bambini è condannata ad impoverirsi. Occorrono decise azioni per conciliare i tempi di vita, stimolare il servizio offerto dai nidi di infanzia e dai servizi integrativi, promuovere l'apertura di nidi aziendali e di infrastrutture urbane a misura di bambine e bambini. La Liguria ha già fatto molto. Abbiamo oggi una disponibilità di posti negli asili nido per il 27% dei bambini in età 0-3 anni. Non manca molto alla soglia del 33% fissata dall'Unione Europea. Raggiungere questo traguardo è un impegno che ci prendiamo come irrinunciabile.
Lo dobbiamo fare anche per chi sopporta il maggior peso dell'insufficienza dello Stato nell'attenzione ai bambini: le donne, che troppo spesso sacrificano il loro diritto al lavoro, perché lo Stato non assolve al suo dovere di offrire un'alternativa, mostrando anzi, con questo governo, di fare proprio un concetto di donna che si trova solo sulle riviste di carta patinata.
Sicurezza
La persona umana è al centro della nostra idea di paese. Per questo affermiamo che un paese dove si vive nella paura e nell'insicurezza, non è un paese davvero libero, in cui i cittadini possono realizzare appieno i loro sogni e le loro aspettative. Non possiamo fingere che la paura non esista, né dare la colpa di questa insicurezza ai mezzi di comunicazione. La paura esiste e il PD deve saperla affrontare, riempiendo di contenuti nuovi la parola "sicurezza" e sottraendola ad una destra che si illude di risolvere il problema con un approccio razzista. Le risposte repressive del Governo non battono la paura, la alimentano. Ma siccome è su questo tema che la destra ha conquistato parte della nostra gente, non fornendole poi altro che un'illusione, noi dobbiamo recuperare terreno e farci trovare là dove gli italiani si aspettano che ci troviamo.
Le risposte vere al senso di insicurezza si danno valorizzando la professionalità delle forze dell'ordine, fornendo loro mezzi e uomini e non operando i pesantissimi tagli che il Governo ha disposto. La fermezza è fondamentale, ma occorre prima capire chi è giusto reprimere. Certamente chi uccide, stupra, ruba o spaccia, immigrato o italiano che sia. Ma punire penalmente una donna o un uomo per il solo fatto di essere senza permesso di soggiorno non farà altro che ghettizzare i migranti, spingendoli fra le braccia delle criminalità. Lo sanno i molti italiani che, partiti anche da qui, da Genova, emigrarono in America e non vi trovarono altro sostegno che quello di alcuni padrini. Non si può e non si deve contrabbandare come sicurezza la negazione dei diritti fondamentali dell'uomo. L'unica risposta vera ai problemi legati ad un fenomeno epocale come quello che stiamo vivendo è invece dare corpo alle potenzialità delle comunità nel controllare il territorio attraverso politiche di cittadinanza attiva, che sviluppino la capacità di rafforzare i legami tra le persone e tra le persone e i territori. Questa è la politica per la sicurezza che possono attuare le regioni e gli enti locali; questa la vera sicurezza partecipata, non le ronde.
Dobbiamo anche cambiare con coraggio le leggi che regolano la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati. Oggi, in Liguria, su 60.000 studenti della scuola primaria, il 10% è straniero. Sono bambini che parlano solo l'italiano, che hanno amici italiani e che crescono nella cultura italiana. La destra vorrebbe negare ai loro genitori perfino il diritto di registrarli all'anagrafe, facendone bambini invisibili. Vorrebbe che medici e insegnanti li denunciassero. Affermiamolo senza esitazione: come genitori e come uomini, ancor prima che come democratici, non accetteremo mai che le nostre paure possano essere usate per derubare un bambino della sua vita.
Imprese
Vengo ora ad uno dei temi che mi sta più a cuore, perché su questo si gioca la scommessa del PD: il tema delle imprese italiane, dei 4 milioni di persone che ogni mattina, con coraggio e ostinazione, mettono il loro impegno per fare andare avanti il paese, caricandosi addosso la responsabilità di intere famiglie che dipendono dai loro sacrifici. Diamo a questo mondo la possibilità di competere con efficacia e potremo chiedere con maggior rigore la lealtà fiscale che spesso abbiamo posto davanti alla competitività. Offriamo prima di pretendere e otterremo maggiore ascolto.
La nostra regione ha un patrimonio di circa 140.000 imprese, in massima parte piccole e medie, di cui molte altamente specializzate. Il loro fallimento, che spesso non finisce sulle pagine di alcun giornale, trascina con se il fallimento di una comunità. Lasciato alle spalle il periodo delle grandi industrie, adesso dobbiamo saper traguardare gli orizzonti di sviluppo che la Liguria ha davanti a se: alta tecnologia, energie alternative, imprese turistiche, eccellenze agro-alimentari, imprese della tradizione artigianale ligure e di servizi alla persona, in particolare ai più anziani e nel campo della sanità. Guardiamo ad esse per innovare la nostra economia e tenerla al passo con i tempi.
Gli imprenditori e le imprenditrici, quest'ultime in Liguria un quarto del totale, devono poi sentire forte e chiaro che noi, i democratici, siamo con loro su quel fronte, con tutti i mezzi a nostra disposizione.
L'ambiente
E poi l'ambiente. Chi, se non le imprese, ci farà vincere la sfida dei nostri tempi che è quella per la difesa dell'ambiente? Attorno alla lotta al riscaldamento globale si è finalmente scatenata una vera e propria corsa dei paesi più avanzati, con decisi cambiamenti di rotta a partire dal paese che più ha inquinato, gli Stati Uniti. Ancora una volta l'Italia è al palo e, per il mancato raggiungimento degli obiettivi di Kyoto, ha già accumulato, dal primo gennaio 2008, un debito di oltre 2 miliardi di euro, 42 euro al secondo circa. Soldi che la nostra economia disastrata dovrà spendere come sanzione per non averne spesi, prima e meno, nella promozione convinta di energie alternative e nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Paghiamo per farci del male, mentre il Governo tira dritto per la sua strada, senza accorgersi che tutti gli altri hanno svoltato. Quella ambientale è già la prossima rivoluzione industriale, come negli anni '80 lo fu quella informatica e negli anni '90 e ai primi del 2000 quella del web. Sosteniamo il risparmio energetico, la raccolta differenziata, anche porta a porta, e il ciclo dei rifiuti.
Stimoliamo la cultura e l'educazione alla sostenibilità in ogni nostra azione. La più importante di tutte le politiche ambientali la pratica, infatti, ognuno di noi nel quotidiano: riducendo gli sprechi, riutilizzando quanto può essere riutilizzato e riciclando il più possibile. Sono queste le famose tre "R" della rivoluzione verde, in cui molti vedono la più grande opportunità per l'uomo del XXI secolo; una chanche per dimostrare di aver capito e fatto nostro, una volta per tutte, l'antico detto degli Indiani d'America secondo cui "la nostra terra non ci è stata data in eredità dai nostri genitori, ma in prestito dai nostri figli".
La Liguria in questa green revolution può giocare un ruolo importante: ha il sole e il vento per dare energia pulita alle case e alle imprese e queste sono spesso all'avanguardia nel settore e possono trascinare l'economia di interi territori. Alcuni piani sono già stati varati. La Liguria che vogliamo abbatte lo Scheletrone della Palmaria e blocca il cemento e la speculazione con il Piano Paesistico, due importanti e recenti successi di cui siamo orgogliosi. Il PD spingerà affinché altre forti azioni siano intraprese, trovando il coraggio di superare gli immobilismi di chi sa opporre soltanto dei "no", oppure dei "sì, ma altrove". Pensiamo piuttosto a cosa offrire alle comunità alle quali chiediamo di farsi carico di opere e impianti che vanno a beneficio della collettività intera. Trasformiamo la realizzazione di infrastrutture, non solo in campo ambientale, in un'occasione di rilancio per i territori su cui le costruiamo. Anche questa è la democrazia partecipativa: coinvolgere i cittadini nelle scelte importanti che li riguardano, ascoltarli e trovare con loro la soluzione migliore per tenere insieme l'interesse della comunità locale e l'interesse generale.
La conoscenza
Il costo del mancato raggiungimento degli obiettivi di Kyoto, è la prova evidente della schizofrenia di un Paese che spende male i pochi soldi che ha. Altri esempi drammatici sono quelli dell'università e della ricerca, parte del grande campo del sapere. Nel 2000 l'Europa ha tracciato a Lisbona un'ambiziosa strategia di sviluppo dell'economia continentale, per trasformare l'Unione nell'economia più competitiva al mondo fondata sulla conoscenza. Ancora una volta l'Italia è fanalino di coda nella spesa per la ricerca e lo sviluppo. Il sistema del credito d'imposta alle imprese che fanno innovazione, istituito dal Governo Prodi, è stato reso molto macchinoso e quindi inefficiente con la finanziaria del 2008 targata Berlusconi. L'università non tiene poi il passo della globalizzazione e non riesce affatto ad attrarre studenti e professori in misura tale da compensare l'esodo dei nostri verso l'esterno. Anche in questo campo dobbiamo liberarci di logiche baronali e burocratiche che ingessano la nostra alta formazione, ancorandola a schemi ormai superati.
Il Merito
Questa sfida non potrà mai essere vinta fino a quando il merito non sarà il solo parametro a determinare le opportunità. Quante persone oggi sono vittima di un sistema malsano fatto di infinite gavette, raccomandazioni, nepotismi più o meno celati, amici e favori?
Tutto questo non ha nulla a che vedere con il merito. "Riportiamo il merito dal cielo alla terra", ha affermato Bersani. Diamogli sostanza, istituendo come regola e non come eccezione un sistema esterno di valutazione dei risultati conseguiti in ogni campo. Con la proposta di legge regionale sul rientro dei talenti, che è in questi giorni all'esame della Commissione competente, ho cercato di dare il mio piccolo contributo per affermare la cultura del merito e dare una prospettiva ai tanti che vogliono vivere e lavorare qui da noi, in Liguria. Credo che il centrosinistra dovrebbe impegnarsi fermamente in questa battaglia, che va nell'interesse dell'intero territorio: perché a tutti conviene che nell'università, nella sanità, in ogni campo siano le capacità personali a determinare la selezione della classe dirigente. Chi di noi non vorrebbe il chirurgo migliore per farsi operare?
Il pubblico impiego
Ciò vale ovunque: nelle professioni, come nelle imprese e deve valere anche nel pubblico impiego. Il Partito democratico deve colmare un gap culturale sul punto. Il PD non sostiene il pubblico impiego come forma di ammortizzatore sociale mascherato, né lo custodisce come un prezioso bacino di voti. Il PD rispetta il pubblico impiego, perché la sua visione di Paese e la comunità che vuole costruire hanno bisogno di una pubblica amministrazione forte ed efficiente. Su questo si gioca una battaglia di valori con una destra che, per le sue politiche deregolative, è interessata ad infangare l'amministrazione, salvo poi fare sistematico ricorso al peggior clientelarismo nelle regioni e nei comuni che amministra.
Bisogna saper premiare chi, nel pubblico impiego, ottiene risultati, legando a questi e non solo all'anzianità o, quel che è peggio, a considerazioni politiche e personali, la progressione in carriera e nelle retribuzioni. Bisogna avere il coraggio di affrontare il problema di quanti intendono il pubblico impiego come una pensione anticipata, affermando però con forza che la colpa di pochi non può pesare sulle spalle di tutti e che i "fannulloni" di Brunetta non sono i dipendenti pubblici, ma una piccolissima minoranza di questi, da isolare e sanzionare. La Liguria, dove oltre il 17% degli occupati lavora in questo settore, dovrà impegnarsi, nell'ambito delle proprie competenze, per fare la sua parte in questa grande sfida.
La scuola
Il collegamento con il pubblico impiego mi consente di affrontare l'ultimo tassello di questa visione dell'Italia e della Liguria, sicuramente troppo sommaria per ragioni di tempo. L'argomento da cui avrei potuto partire, perché è quello che sento più importante per me, per le mie figlie e per il futuro della nostra comunità; un tema per il quale mi sono speso in tantissimi incontri nel territorio. Mi riferisco alla scuola italiana, un settore che troppo spesso abbiamo ignorato, lasciando campo libero alla destra perché lo devastasse. La scuola non può essere ridotta ad una voce di bilancio o ad un capitolo di spesa. Perché è la prima fonte delle entrate di domani, il più sicuro degli investimenti. Solo cittadini bene istruiti e che si sono affermati sulla base delle loro capacità, sapranno stare al passo con i tempi e consentire a questo paese di non regredire.
Dobbiamo ancora una volta avere il realismo di fare autocritica, in Italia e anche in Liguria. Cerchiamo di capire dove abbiamo commesso errori che hanno contribuito a sminuire la funzione sociale della scuola, che è un'Istituzione, la prima istituzione con cui vengono a contatto i nostri bambini e i nostri giovani. Un ragazzo che rispetta la scuola e le sue regole sarà un cittadino che rispetta lo Stato e le sue leggi. Ricordiamocene quando, con troppa disinvoltura, ci schieriamo, a prescindere, a fianco dei nostri figli, contro gli insegnanti. Negli operatori della scuola dobbiamo vedere i primi artefici del nostro futuro. Ad essi va il nostro massimo rispetto. Non possiamo quindi permetterci, come democratici, di perdere il contatto e il sostegno di un mondo così importante per la costruzione del paese che sogniamo.
L'istruzione è poi solo un aspetto dell'educazione dei minori. Spingiamo i nostri figli sulle strade dell'autoeducazione, attraverso l'attività sportiva o musicale o con la partecipazione alle attività delle associazioni socio-educative, i gruppi dove si educa a crescere insieme. Proponiamo alle nuove generazioni occasioni per vivere la cittadinanza attiva, sfruttando al meglio le sinergie fra la scuola e queste realtà educative extrascolastiche; offriamo strumenti ed esperienze, non soltanto nozioni, per fare maturare davvero i nostri giovani. La Liguria ha una politica d'avanguardia nel settore; ma i risultati conseguiti devono essere un forte sprone a darsi nuovi obiettivi, ancora più ambiziosi.
La dimensione etica dello Stato
La battaglia per una dimensione etica dello Stato, cioè della vita pubblica, deve essere la grande passione dei democratici; incominciamo a combatterla al nostro interno. Diamo pieno ascolto alle sagge parole del Presidente Napolitano, cui va il nostro profondo e rispettoso ringraziamento per l'equilibrio con cui svolge il Suo alto compito. Costruiamo quindi un Partito consapevole che i suoi protagonisti debbono essere i primi ad offrire esempio di sobrietà e di rispetto per la legalità, perché in essi deve rispecchiarsi il Paese migliore. Il PD vuole rivolgersi agli onesti, a quanti si impegnano nel lavoro e nella vita, alle persone che sono felici anche nel poco, perché quel poco se lo sono sudato ed è pulito. A questi dobbiamo parlare e, prima ancora che lo facciamo, sono i nostri gesti, i segni e la nostra stessa vita quotidiana a dover parlare per noi e a far capire a questi italiani che siamo donne e uomini in cui possono investire fiducia, che cercano di rappresentarli davvero.
La serietà nella politica
Il PD deve poi condurre una campagna di serietà, perché questa è l'unica "arma" efficace da usare contro una destra che alterna battute estratte dal peggior repertorio italiano a provvedimenti che parlano alla pancia delle persone. Un partito serio è un partito che non litiga, si confronta; che non vuole dentro tutti, perché sa cosa vuole; che esige dai suoi amministratori ed eletti una doverosa e proporzionata contribuzione economica e soprattutto la coerenza di svolgere fino in fondo il proprio mandato. Un partito è serio se, quando non riesce a governare, non cerca di galleggiare, ma affronta con coraggio la tempesta, perché chi governa lo deve poter fare bene, altrimenti ne trae le conseguenze.
Un partito serio è un partito in cui tutte le persone sono indispensabili: i militanti, quanto i dirigenti.
E' serio il partito che rifiuta le rendite di posizione, i pacchetti di tessere e l'assenza di trasparenza. Che non predica il merito come criterio di promozione sociale, praticando la cooptazione come criterio di promozione politica.
E' serio un partito che lascia agli storici lo studio di cosa furono DS e Margherita, PC e DC, perché non vive di confronti con il passato, ma di progetti per il futuro. Un partito in cui la parola "loro" si riferisca solo alla destra da battere e dove "noi" siamo tutti, nessuno escluso.
Un partito serio è inoltre un partito che, sopra ogni cosa, sa dare serenità al Paese, che sa tracciare grandi sfide e promettere, se necessario, sacrifici verso grandi obiettivi, come il centro sinistra fece per agganciare l'euro, senza il quale, oggi, l'Italia intera si sarebbe arenata sulle coste libiche, respinta dai paesi europei.
In questa breve carrellata ho cercato di trasmettere il senso dell'impegno che ci aspetta per migliorare il nostro Paese e la Liguria, incidendo sul diritto al lavoro e sul welfare, per offrire opportunità assicurando tutela, sulle imprese per sostenerle, sulle famiglie e la natalità, per dare una prospettiva di crescita vera, ad una società che dovrà essere fondata sul merito e la conoscenza e che avrà in una pubblica amministrazione efficiente un alleato sicuro e nella scuola la prima garanzia del proprio futuro. Alcuni temi sono rimasti fuori: la sanità, le infrastrutture e la mobilità, il turismo, la cultura e l'innovazione. Sono temi troppo importanti e troppo complessi per essere solo accennati: li affronteremo negli incontri che mi porteranno in tutta la Liguria a presentare il nostro progetto di PD a servizio della comunità.
Per realizzare il grande progetto di sviluppo della Liguria che ho appena illustrato occorre un partito forte e dai contorni ben chiari. Prima di tracciare le linee del Partito che vorrei, ci tengo a ringraziare Mario Tullo per il duro lavoro che ancora lo attende e per quello che ha svolto in questi due difficili anni, in cui il PD ha mosso i suoi primi passi. Lo ringrazio anche per la generosità con cui ha voluto sostenere con i fatti un rinnovamento vero e per la coerenza della sua scelta.
In questo momento si è aperta la partita che deciderà se l'intuizione dell'Ulivo, poi sfociata nel PD, è finalmente giunta al suo compimento: alla costruzione di un partito che ha una sua identità nuova e autonoma dal passato, che parla con la gente e non della gente, che sul territorio ci sta davvero, non a parole.
Oggi inizia un percorso per costruire, insieme a tutti i territori, la mozione che porteremo avanti fino alle primarie del 25 ottobre. A tutti chiedo di contribuire con idee e proposte per tagliarla al meglio sulle esigenze della Liguria e dei suoi 235 comuni.
La nostra presenza dovrà essere forte da Ventimiglia a Ortonovo, attraverso ogni chilometro di una costa affascinante e per ogni vallata di un ancora troppo sconosciuto entroterra. In ogni paese, come nelle città, la voce del PD dovrà arrivare costante e dovrà sapersi adeguare alle esigenze locali. Su un punto voglio essere molto chiaro. Proprio come Genova spesso mal sopporta l'eccessivo centralismo romano, così i territori devono sapere che nel segretario regionale, se sarò eletto, avranno il loro garante, il difensore della loro dignità e delle loro specificità. Siamo un partito federale. Per questo non vogliamo richiamare all'obbedienza, ma stimolare l'autonomia, fornendo gli strumenti e il supporto necessari. Solo così riusciremo a valorizzare pienamente i territori e la loro vitalità, spesso - lo dico per esperienza diretta - superiore a quella delle città, perché ancora intrisa di un sentimento forte di comunità.
Da questo senso di comunità il Partito Democratico deve imparare a vivere in osmosi con il territorio. Attraverso i circoli deve capire la vita delle persone che lo abitano. Per questo rifiutiamo l'idea del partito-liquido, dove i militanti sono chiamati solo a fare volantinaggio e a riunirsi attorno a questo o quel dirigente, per dargli visibilità. Dobbiamo essere in grado di entrare in contatto con tutte le realtà organizzate - sociali, culturali, sportive, religiose - che operano nei luoghi sui quali poi pretendiamo di fare politica. I circoli siamo noi nella società, i nostri occhi, le nostre orecchie e la nostra bocca sul territorio.
Il Partito sono poi anche i suoi eletti, le donne e gli uomini che, dall'impegno per una parte politica sono chiamati all'impegno per tutta la cittadinanza. A tutti loro deve essere chiaro che non sono soli: il PD, con le sue risorse, intellettuali e politiche, è al servizio degli amministratori e degli eletti per aiutarli nel perseguire le proprie politiche di governo. Al tempo stesso il PD non può accettare uomini o donne "soli al comando", che si dimenticano della squadra che li ha portati ad indossare la maglia rosa appena sono finite le montagne e si può andare avanti da soli. Il Partito è infine anche al servizio degli enti e si pone come luogo naturale di incontro fra i livelli istituzionali, come cornice per coordinarne le iniziative in vista di un obiettivo comune.
Il Partito Democratico vuole essere la grande forza del centrosinistra. Vuole crescere e parlare ad un numero sempre maggiore di cittadini. Ma non pretende di essere l'unica voce del proprio campo. Per vincere la destra sono necessarie alleanze forti. Non lo erano quelle che hanno fatto fallire le esperienze di governo del centrosinistra. Oggi dobbiamo costruire intese basate sui programmi e sulla consapevolezza che vi sono limiti invalicabili oltre i quali non si può andare. Le "alleanze contro" non funzionano; noi, al contrario, abbiamo bisogno di costruire un progetto con chi vorrà starci, definendone per primi il nucleo essenziale. Questo è, già oggi, quanto stiamo perseguendo in Liguria, nei Comuni come nell'amministrazione regionale.
Da condividere sono le regole di cui ogni comunità ha bisogno per funzionare e il Partito non fa eccezione. Troppo spesso sembra invece che le regole servano solo ad alimentare uno sterile ed infinito dibattito prima della loro approvazione, per poi finire in un cassetto, dimenticate. Accantonarle è però il miglior strumento per chiedere l'applicazione solo di quelle che ci piacciono o ci fanno comodo.
Penso al PD come ad una grande rete, dove la condivisione orizzontale delle esperienze, iniziative e competenze, è importante, tanto quanto, se non di più, della trasmissione delle informazioni e delle direttive secondo una logica verticale. Per questo ritengo utile l'istituzione di un meccanismo di raccordo dei circoli e dei suoi coordinatori, a livello regionale e locale. Per dare una voce forte alle istanze della base, che sono poi le più vicine a quelle dei nostri elettori. Questo è stato il nostro ultimo errore: voler sostituire la cacofonia degli esordi con una voce solista. Sono invece profondamente convinto che un coro sappia farsi ascoltare di più e meglio di una voce isolata.
Uno sforzo ulteriore ci è richiesto sulla trasparenza. Il PD deve essere una casa di vetro, nella quale tutto avviene alla luce del sole. Un partito dove ci siano regole precise circa i tempi e le modalità di convocazione dei coordinamenti, delle assemblee e delle direzioni. In cui si convochi ogni riunione indicando un preciso ordine del giorno, al quale ci si debba poi attenere. Penso ad un partito che decide facendo ricorso al voto quando viene richiesto. Dove ci siano orari fissati in anticipo per le votazioni, perché rifiutiamo la logica dello sfinimento volto ad evitare il voto. Di ogni riunione, ad ogni livello, deve essere redatto verbale a disposizione degli aventi diritto, mentre le risoluzioni approvate devono essere pubblicate sul web, perché quanto decide un'assemblea o una direzione interessa tutti, non alcuni. Allo stesso modo devono essere pubblicate tutte le regole che disciplinano la vita del partito.
Non esiste infine una vera trasparenza senza la possibilità per tutti di controllare il curriculum dei dirigenti e degli eletti ad ogni livello. Perché chi assume un ruolo per conto del partito diventa un uomo pubblico e non deve opporre resistenze a condividere con altri la propria storia.
Abbiamo un disperato bisogno di parlare agli italiani e ai liguri con un linguaggio nuovo, di trasmettere il senso di ciò che facciamo. Non inseguiamo la destra nel porre il consenso davanti alle regole, le pillole comunicative davanti al governo del paese. Noi rifiutiamo l'idea che si possa governare bene mentendo ai cittadini. Ma non possiamo pensare di poter governare ispirando il Paese senza essere in grado di comunicargli con efficacia quanto stiamo facendo.
Il PD è il partito del XXI secolo e deve saper fare il massimo uso di tutte le opportunità che offre oggi la tecnologia per una politica più partecipata e trasparente. Ma attenzione: come il partito non è un fine, ma un mezzo, altrettanto si può dire della tecnologia. La tecnologia offre nuovi spazi di condivisione, consente di ricevere contribuiti da ogni parte del mondo, rende vicine persone lontanissime. Ma non può sostituirsi ad una stretta di mano, ad un sorriso, alla complessità di un dialogo faccia a faccia. Un gruppo su Facebook non sarà mai un team di volontari della Festa, né potrà instaurare al suo interno dinamiche relazionali davvero autentiche. Potrà però avvicinare nuove persone alle Feste, ai Circoli e quindi al Partito e a questo scopo se ne deve fare il massimo uso. Valorizziamo la tecnologia come risorsa per innovare l'esistente, per rilanciare la presenza dei democratici sul territorio.
Grande in questo momento è l'esigenza di rinnovamento. Se, come risulta da un rapporto del 2008 dell'Università LUISS di Roma, in Italia il 45% dei leader in ogni campo ha più di 65 anni, qualcosa non funziona. Vi è forse stata una corsa un po' folle al nuovismo, nell'unico paese al mondo dove un trentenne è giovanissimo e un quarantenne un giovane, mentre altrove può sedere alla Casa Bianca. Noi dobbiamo sfuggire alla logica del nuovismo, secondo la quale va bene chiunque, purché sia nuovo, sia alla ancor peggiore logica di filiera. Chi ha esperienza - e in questo partito, anche in Liguria, non mancano certo figure autorevoli - deve aprire le strade a quanti già oggi sono pronti a fare la loro parte. Aprire le strade non significa regalare qualcosa, ma saper trarre una soddisfazione particolare nel vedere che la propria opera continua in altri, senza che questi abbiano necessariamente dovuto "uccidere il padre" per potersi affermare. E' vero però che le strade si possono aprire solo a quanti sanno mettersi in cammino con umiltà e passione, pensando che nulla è loro dovuto e cogliendo tutte le opportunità che la società e la politica possono offrire per crescere. Senza formazione politica e senza essersi fatti le spalle larghe sul territorio - nel partito, nel volontariato o nell'associazionismo - si finisce per venire triturati da meccanismi complessi.
Per questo motivo il PD deve fare la sua parte nell'incentivare la formazione politica delle nuove generazioni, attraverso l'organizzazione giovanile, che qui in Liguria ha già dato buone prove di se, facendo da padrona di casa alla Festa nazionale dei Giovani Democratici. Abbiamo poi bisogno di scuole di politica, dove non ci si confronti solo sui contenuti della proposta, ma sugli strumenti che un politico deve saper fare propri: lettura e analisi del voto, tecniche per parlare in pubblico e scrivere discorsi, strategie di comunicazione e molto altro.
Mi avvio alla conclusione, rivolgendo due appelli.
A quanti guardano al PD con delusione o diffidenza, alla società che si chiede chi siamo e cosa vogliamo, dico di credere in un progetto davvero nuovo, di non avere paura. Giochiamo tutti a carte scoperte una partita che ha come posta l'Italia. Tutti noi democratici faremo i passi necessari per spalancare le porte dei nostri circoli, cercando di ricordarci sempre che se l'uomo ha due orecchie ma una sola bocca è per ascoltare il doppio di quanto parla. Non soffocate quel naturale ed istintivo desiderio di partecipare, di essere cittadini. Sfidate su questo i democratici che incontrerete: portate le vostre idee, la vostra curiosità e la vostra voglia di cambiare.
Ai giovani, a chi vive l'età dei sogni e delle speranze, dico che questo è il vostro momento, il momento che definirà una generazione. Lanciatevi nella politica con l'entusiasmo che mettete nella costruzione della vostra vita, con la fantasia che le dà forza e con il sorriso che la rende bella. Riempite i Circoli della vostra passione: incontrerete altre ragazze e ragazzi che sono il nuovo motore del Paese e la risorsa più grande per costruire un'Italia diversa. Più sarete numerosi, migliore e più rapido sarà il cambiamento. Non lasciatevi sfuggire questa occasione, perché questa è la vostra occasione. Un giorno, domani o fra anni, potreste rimpiangere di non aver fatto del vostro meglio, quando eravate chiamati a farlo.
Io credo che in politica, come nella vita, a volte si abbia una sola occasione: o la si coglie, mettendosi in gioco fino in fondo, rischiando di vincere tutto o di perdere tutto, oppure si aspetta, sperando in un improbabile momento giusto. Ma è proprio l'attesa di un vento migliore che non fa navigare verso i nuovi orizzonti. Quando soffia il vento del cambiamento, quando arriva la scelta decisiva, bisogna avere il coraggio di mollare gli ormeggi e spiegare le vele, smettendola di giocare per pareggiare: oggi noi giochiamo per vincere. Non per noi, ma per il nostro Paese. Facciamolo insieme.
Facciamolo insieme con passione, competenza e coraggio.
Grazie.
Le foto dell' evento su Flickr
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